La crisi demografica in un mondo che pretende crescita infinita in un ambiente finito

Posted by on 12 agosto 2017 in Blog | 0 comments

La crisi demografica in un mondo che pretende crescita infinita in un ambiente finito

La cosiddetta impronta ecologica, è un indicatore complesso usato per valutare il consumo di risorse naturali rispetto alla capacità della terra di rigenerarle. Per quanto il suo calcolo sia complicato e non trovi unanimità di giudizio da parte degli esperti ha il vantaggio di rendere immediatamente intuibile la sostenibilità del consumo per una data popolazione. Alcune fonti affermano che se tutti i paesi avessero un impronta pari a quella degli Stati Uniti servirebbero ben 5 pianeti o una terra 5 volte più grande per manatenere l’attuale popolazione. Eppure, malgrado questo, ogni giorno viene celebrato l’obbligo della crescita, la necessità del consumo, l’esigenza di aumentare la popolazione per garantire il pagamento delle pensioni…

Si parla troppo e male di terrorismo, di economia, di finanza, di conquiste tecnologiche, di guerre, di politica politicante, di migrazioni e di catastrofi naturali o prodotte dall’uomo. La questione popolazione mondiale, invece, sembra restare fuori dall’agenda internazionale (o, quantomeno, dal vivo del dibattito) malgrado sia assolutamente centrale: a un tempo causa di enormi problemi in molte parti del mondo ed effetto di politiche e strategie geopolitiche fallimentari o semplicemente inesistenti.

Le dinamiche demografiche a livello mondiale e le conseguenti migrazioni, rappresentano forse il problema più grande del presente e del prossimo futuro, poiché sono direttamente collegate ai temi ambientali, energetici, agricoli, geopolitici, sanitari, economici, industriali e militari. La popolazione mondiale si sta avvicinando ai 7,5 miliardi con squilibri spaventosi nei tassi di natalità (e mortalità), che stanno destabilizzando ogni forma di equilibrio demografico e, di conseguenza, politico e sociale. E’ un dato rivelatore se lo si confronta con quello del 1972 (il mondo aveva allora 3,8 miliardi di abitanti), anno in cui uscì il celebre rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, rapporto che fece il giro del mondo, suscitando infinite discussioni nel grande pubblico e mai sopite polemiche, sia a causa degli scenari che paventava, sia per effetto delle soluzioni che proponeva. Visti gli attuali risultati demografici e le risorse impegnate in oltre quarant’anni di ricerche e interventi (da governi, organizzazioni sovranazionali, Oms, ong, oltre che dalle immancabili multinazionali) si tratta di un fallimento epico a livello globale. Malgrado l’enorme numero di aborti, la diffusione della contraccezione, l’introduzione della pianificazione familiare, malgrado guerre, pandemie, malnutrizione, fame e carestie, la popolazione mondiale è semplicemente raddoppiata in meno di 50 anni.
Dunque, con buona pace degli ‘ottimisti razionali’ e dei ‘teorici del nuovo ordine mondiale’, non sembra azzardato affermare che a livello demografico complessivo, la situazione sia andata totalmente fuori controllo: un dato estremamente inquietante se si considera che, in tutta la storia dell’uomo, agli squilibri e alle forti tensioni demografiche, sono sempre state associate grandi catastrofi. E’ pur vero che molte previsioni pessimiste, da Malthus a Ehrlich, non si sono (per ora) realizzate, poiché la capacità creativa umana, manifestata attraverso i prodotti e i servizi della tecno-scienza, ha consentito finora di cambiare le condizioni limitanti (una per tutte la quantità della produzione agricola) che davano senso a quelle previsioni; ma l’enorme e squilibrato incremento demografico cambia a sua volta i nuovi e precari equilibri consumando a ritmo esponenziale lo stock di risorse interconnesse sulle quali si regge la vita del pianeta e dell’uomo.

Anche l’attuale sistema economico globale, che ai miliardi di persone che abitano il mondo dovrebbe garantire almeno la copertura dei bisogni fondamentali, sembra trascurare ogni limite e pare muoversi esclusivamente in base alle proprie regole di funzionamento interno (autoreferenza), caratterizzate dall’assioma della crescita illimitata, dal teorema della massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla eliminazione coatta di ogni barriera al libero flusso di capitali, merci e persone. E’ un dato di fatto che il sistema produttivo globale, già dagli anni settanta del secolo scorso, ha raggiunto una capacità produttiva tale da superare la domanda; quest’ultima è di fatto promossa dal marketing attraverso la creazione sistematica di nuovi bisogni ed è sostenuta dalla riduzione della durata di vita dei prodotti (obsolescenza programmata) e dall’accorciamento del loro ciclo di utilizzo (moda). Accanto all’enorme produzione, esso genera enormi esternalità che intaccano i beni comuni e corrompono la fiducia necessaria al suo stesso funzionamento. Malgrado gli indubitabili progressi materiali il sistema, fondato sul mercato e sulla competizione, non è in grado di redistribuire la ricchezza generata ne di allocare equamente i beni e i servizi prodotti, come ampiamente dimostra la contemporanea ed enorme crescita di patologie associate da un lato al iperconsumo e, dall’altro alla carenza di beni essenziali. In tale quadro, il sistema produttivo globale trova proprio nella esplosione demografica dei paesi più poveri una giustificazione di ordine morale per continuare la sua crescita ipertrofica e una ghiotta opportunità per trovare nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ci si trova dunque in una situazione del tutto nuova e particolare almeno per l’ampiezza con cui si manifesta: in un ambiente finito (il pianeta terra) una specie biologica (l’uomo) cresce esponenzialmente di numero e in modo assolutamente squilibrato a prescindere da ogni limite ecologico, mentre il sistema economico (che trasforma materie prime in beni scambiabili e consumabili) deve parimenti continuare a crescere, in ottemperanza agli assiomi quasi religiosi che presiedono al suo stesso funzionamento. E’ un’intera cultura che sostiene questo tipo di visione: molte persone sono convinte infatti della necessità della crescita demografica e ancora più persone sono convinte dell’assoluta necessità della crescita economica. I primi, in nome di astratti principi religiosi (“moltiplicatevi, diffondetevi e dominate la terra”), di più ingenue credenze umanistiche (“c’è spazio per tutti, la terra è grande”) o considerazioni geopolitiche (“il numero è potenza: bisogna fare più figli per non venire invasi da altri popoli o etnie più prolifiche”). I secondi, in nome di principi economici assunti fideisticamente (“le ferree leggi naturali (!) scoperte dalla scienza economica”) o di presunti valori sociali umanistici (“bisogna crescere per sostenere il welfare, pagare le pensioni e vincere la povertà”) o di premesse filosofiche indimostrabili (“la mano magica del mercato, il valore assoluto della competizione, l’esistenza certa di una one best way”). Non sfuggirà certo, al lettore più attento, l’inquietante risonanza di alcuni di questi assunti con tesi e teorie che hanno caratterizzato alcune delle fasi più drammatiche e buie del secolo scorso.

L’integrazione di queste due tendenze è assolutamente esplosiva per il sistema terra e i suoi delicati equilibri. Vi è infatti una parte di mondo, quella più ricca e tecnologicamente progredita, quella che sulla crescita e il consumo ha costruito il proprio dominio materiale, dove la crescita demografica si è fermata mentre si allunga per i singoli l’aspettativa di vita; è qui che gli spiriti più visionari intravedono negli sviluppi della tecno-scienza la possibile fine della biblica punizione del lavoro e la liberazione definitiva dalle catene del bisogno; ma è sempre qui che vaste fette della popolazione, stordite da decenni di consumismo, non riescono più a dare senso alla vita e a concepire un futuro possibile; ed è ancora qui che si trova il centro dal quale irraggia la religione della crescita illimitata, del mercato globale e della competizione continua, che viene diffusa al resto del mondo.
Vi è un’altra parte del mondo, quella più povera e meno progredita secondo gli standard occidentali, quella che possiede gran parte delle risorse indispensabili al primo mondo, quella sfruttata e allo stesso tempo dedita all’emulazione dei modelli occidentali di cui è spesso succube, dove la crescita demografica è invece assolutamente esplosiva e francamente preoccupante soprattutto nella zona dell’Africa sub sahariana dove il numero medio di figli per donna è superiore a 5,1 (secondo le stime del word fertility report dell’UN).

E’ proprio questo tipo di squilibrio, assolutamente evidente, ma scarsamente attenzionato dagli stessi media, uno dei fenomeni ch esta mettendo in crisi drammatica gli equilibri della vecchia società industriale, cambiando drasticamente la distribuzione e la natura stessa dei bisogni che ogni società deve affrontare per poter sopravvivere e prosperare. Si tratta di una situazione che – nei paesi più avanzati – non può più essere affrontata con successo attraverso i vecchi strumenti del welfare di stampo europeo la cui efficacia è stata minata tanto da problemi interni di efficienza e di costo che dai tagli drammatici imposti dall’ordinatore culturale neoliberista; inoltre la globalizzazione forzata ha reso di fatto impossibile anche la creazione di sistemi di stato sociale nei paesi più poveri per affrontare in loco il problema attraverso adeguate politiche demografiche e di pianificazione familiare.

Quel che sta succedendo in Italia negli ultimi anni, è esemplare di questa tensione e dell’inconsistenza dei dispositivi attraverso i quali il problema demografico potrebbe e dovrebbe essere affrontato. L’Italia è caratterizzata infatti da un sensibile calo di natalità e da un complessivo invecchiamento della popolazione. Un dato che viene letto come molto negativo mentre potrebbe rappresentare invece il raggiungimento, del tutto positivo, di un nuovo equilibrio demografico in un ambiente di vita già largamente artificiale. Anche in questo caso tuttavia la popolazione sta aumentando per effetto delle quote migratorie crescenti. Ed è proprio il fenomeno migratorio, coniugato alla crisi economica, che mette in drammatica evidenza, inserendolo nell’esperienza personale di ognuno di noi, il problema demografico di cui moltissimi, troppi, non hanno mai avuto alcuna contezza: ora esso è clamorosamente sotto gli occhi di tutti, ed ognuno ne interpreta ampiezza, cause ed effetti a modo suo. Malgrado questo, sembra mancare, a livello politico, ogni volontà di riflettere collettivamente su tali questioni spinose quanto complesse e tutto viene soffocato da un vacuo buonismo, da una retorica politicamente corretta, da un vago disinteresse. Eppure, malgrado i vincoli demografici ed economici non vengano presi sul serio nella pubblica discussione (che dovrebbe essere l’anima della democrazia), nessuno può negare che esista un limite al numero di persone che la terra è in grado di sostenere, così come c’è un limite al numero di persone che possono vivere insieme, pacificamente, in uno specifico ambiente: la questione semmai è capire l’ampiezza di questi limiti.

Molti scienziati (e molti pessimisti) sono convinti che essi siano già stati abbondantemente superati.

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