L’anziano nella comunità locale: da portatore di bisogno a risorsa per la produzione di capitale sociale

Posted by on 28 Gennaio 2015 in Blog | 9 comments

L’anziano nella comunità locale: da portatore di bisogno a risorsa per la produzione di capitale sociale

Da tempo ci si interroga su quali leve possano favorire il superamento di un modello di welfare (di comunità, almeno sulla carta) che ancora appare troppo fortemente connotato in chiave assistenzialista e che traduce gli esiti delle proprie politiche in un mero costo. Si dibatte su come i servizi possano non essere unicamente una spesa, bensì un investimento sulle persone e sulle loro capacità, e su come questo possa innescare un circuito virtuoso, fatto anche di restituzione dell’aiuto offerto in un momento, anche molto lungo, di difficoltà. Welfare generativo versus welfare dissipativo, in una società sempre più anziana in cui ‘vecchio’, che un tempo nemmeno tanto lontano evocava uno scrigno di risorse, è oggi, nel migliore dei casi, definito ‘autosufficiente’. Molte iniziative vanno muovendosi, un po’ nascostamente, in questa direzione.

Il Consorzio Intercomunale dei Servizi Socio-Assistenziali di Caluso (C.I.S.S -A.C.), fulcro, nell’area canavesana (To) nella realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, ha affrontato direttamente questi problemi facendo proprio un approccio partecipativo, valorizzante persone, gruppi, organizzazioni del territorio e che ha trovato specifica concretizzazione nella ricerca-azione “Condividiamo capacità e bisogni!”. Questa ha innescato un processo di ripensamento della nozione stessa di bisogno, che è stato riletto alla luce dei processi e degli assunti che portano alla sua definizione prima ed istituzionalizzazione poi. “Condividiamo capacità e bisogni!” pone al centro della propria esplorazione la c.d. “popolazione anziana”, comunità sulla quale è emersa più fortemente l’esigenza di indagare modalità che consentano di superare quella visione rigida che connota aprioristicamente il non più giovane come un soggetto unicamente da assistere, curare o tutelare. La medesima linea guida è però applicabile a qualunque individuo nei diversi cicli della propria vita di cui si vogliano genuinamente comprendere sia i tratti più definibili in termini di mancanza (e che rappresentano gli elementi su cui tipicamente viene costruita l’offerta di servizi e di prestazioni), sia quelli che più hanno a che fare con risorse, capacità, talenti, cuore di ogni strategia di sviluppo di comunità.

Tale ripensamento, che per l’appunto riguarda il modo con cui possiamo guardare ai singoli, alle famiglie, alle comunità, ai territori e, infine, alle politiche costringe a rivedere l’intero sistema dell’analisi dei bisogni,  con implicazioni di indubbio interesse. Senza dimenticare o sminuire le situazioni critiche o gravi che ovviamente esistono e sulle quali il sistema dei servizi è chiamato ad intervenire, possiamo ragionevolmente affermare che:

  • se si esce da una lettura statica e precodificata delle dimensioni in cui si articola il bisogno
  • se si osserva il bisogno anche dal punto di vista della motivazione che in esso è implicitamente ricompresa per il suo superamento ovvero si considera il bisogno come potenziale spinta all’azione
  • se si esce dall’idea che la vita attiva coincida esclusivamente con il tempo del lavoro remunerato
  • se si pone al centro la persona come attore sociale ovvero colui che esercita una libertà all’interno di un sistema di vincoli e risorse
  • allora possono prendere forma ipotesi e scenari futuri ben diversi da quelli depressivi che hanno unidirezionalmente influenzato il paesaggio degli ultimi decenni

Il C.I.S.S-A.C., mettendo in campo i propri operatori, aprendosi ad un diverso approccio ai bisogni e ribaltando sul campo la logica del modello piramidale di Maslow (fortemente ancorato ai bisogni materiali della persona), con “Condividiamo capacità e bisogni!” ha messo in luce la vivacità di un mondo ancora troppo nascosto. Il dialogo, mediato da questionario, ha coinvolto 514 anziani con età media 75 anni, provenienti da 13 dei 18 comuni dell’ambito, con leggera prevalenza di donne (55%), queste le macro caratteristiche delle persone che hanno aderito all’iniziativa. La possibilità di aprire ad un processo di ascolto di questo tipo è stata garantita dalla cooperazione di diversi attori del territorio, ciascuno dei quali ha facilitato, con mezzi propri, la raccolta delle diverse testimonianze: la scuola ha preparato i ragazzi perché intervistassero i propri nonni; i Comuni hanno facilitato il contatto con gli anziani del proprio territorio inviando e ritirando i questionari; le Associazioni Sindacali hanno raccolto le informazioni dalla viva voce dei propri iscritti nei diversi patronati; le Associazioni di volontariato hanno coinvolto nella ricerca i propri anziani, come intervistatori ed intervistati, nell’ambito dello svolgimento dei propri servizi; lo Sportello Unico Socio Sanitario (SUSS) e lo Sportello di Informazione Sociale in dialogo aperto con i cittadini; e ancora, i Centri Anziani, l’UNITRE, i Volontari del Soccorso, la Banca del Tempo.

Questa strategia di ricerca cooperativa, che coinvolge direttamente le persone assegnando loro un ruolo attivo, rappresenta una soluzione vantaggiosa da più punti di vista: consente il coinvolgimento diretto del territorio e dei cittadini; facilita la co-generazione dei saperi e la loro costruzione dal basso; rende possibile la scoperta; permette di realizzare un’indagine in economia. L’impegno e la voglia di partecipare, oltre ai risultati emergenti, supportano l’importanza di un approccio partecipativo, fondato sul coinvolgimento responsabile e diretto degli attori e dei cittadini e fanno intuire la presenza di un capitale sociale su cui potranno essere fondati interventi futuri.

La ricostruzione dei saperi raccolti disegna un quadro caratterizzato da una straordinaria voglia di raccontare esperienze e storie, di insegnare ai più giovani e di contribuire come volontari allo sviluppo di attività comunitarie. Emerge una cultura caratterizzata spesso dall’impegno nella cura dei nipoti e dei familiari in stato di fragilità (spesso anche economica), basata su reti di relazioni personali che si estendono in molti casi ben oltre i confini del paesello. Una cultura dove è ancora rintracciabile una straordinaria collezione di capacità nascoste spendibili localmente: maestri di musica, di disegno, pittura e di canto, orticultori, riparatori di motociclette, artigiani e maestri d’arte, collezionisti, agricoltori con antichi saperi, ricamatrici, amanti della buona cucina.

Emergono veri e propri cluster (grappoli) di abilità connessi a:

  • cibo e terra: molti anziani hanno vissuto in diretto rapporto con l’agricoltura, come attività professionale dominante, attività integrativa o passatempo interessato; l’industrializzazione agricola del dopoguerra ha rotto questo circolo mettendo a rischio la straordinaria biodiversità ancorata alla cultura e alle tradizioni dei territori, oltre alla perdita progressiva di saperi genuini.
  • allevamento e animali: le storie degli anziani possono insegnare molto a questo proposito, fornire notevoli spunti di riflessione e permettere il recupero di attività antiche che possono avere anche una ricaduta economica, almeno nell’ambito dell’economia informale.
  • campi, giardini, piante: orticoltura, piccolo giardinaggio, ma anche la semplice cura delle piante in appartamento rappresentano attività in forte crescita e connesse con le varie strategie tese a migliorare la qualità della vita; si tratta di attività che presuppongono saperi fortemente orientati al fare e facilmente trasferibili.
  • sartoria e cucito: queste attività, in un contesto caratterizzato da creatività e tradizione, sono state un asse portante dell’economia domestica per moltissimo tempo e rappresentano ancora oggi un campo tipico del sapere di molte anziane del luogo.
  • arte e arti applicate: alta la frequenza con cui gli anziani intervistati richiamano il tema dell’arte nelle sue varie forme: disegno, pittura, musica, canto, teatro, letteratura e poesia; si tratta di elementi su cui si fonda più una richiesta che un offerta, ma che potrebbero trovare traduzione in forme d’azione organizzata che vanno dal teatro al coro, dal reading, alla scrittura.
  • artigianato e bricolage: se alcune forme artigianali sono cadute in disuso, venendo meno la base produttiva che le richiedeva, altre sono nate e si sono affermate; il recupero della manualità e l’aggiustaggio di cose sono elementi importanti che vanno valorizzati.
  • cucina e alimentazione: il cibo resta un’esperienza concreta e ben poco cognitiva, una componente rilevantissima dell’identità del territorio che da sempre si è tramandata all’interno delle famiglie, di generazione in generazione, con scambi sempre molto empirici tra le persone, come emerge anche nella ricognizione fra le famiglie (anziane).
  • attività ludiche e sportive: molti anziani sembrano essere assai interessati al tema del viaggio, che può assumere le forme più diverse (che può assumere le forme più diverse: culturale, eno-gastronomico, religioso, legato al benessere) ed alla pratica di attività sportive.
  • volontariato, educazione, storie: in un’epoca caratterizzata dalla cronica scarsità di tempo, specie nella percezione delle persone in età lavorativa, la disponibilità degli anziani appare una preziosa risorsa, specie se ancorata alla possibilità di trasferire valori e ideali che oggi gli anziani riportano come gravemente compromessi.

Un patrimonio, come quello ricostruito, costituisce lo zoccolo duro di quell’economia informale che deve essere prima recuperata all’attenzione e alla riflessione collettiva e quindi nuovamente valorizzata.

Cosa fare dunque per nobilitare e dare valore a questa grande potenzialità che si esprime a livello locale? Che fare del ‘desiderio di intraprendere’ manifestato? Come usare tutte queste risorse nascoste?

Le strategie per creare una banca dei talenti vivente sono innumerevoli: questo è il terreno ottimale per sviluppare azioni di innovazione sociale e la forma progetto sembra la più adatta per valorizzare e convogliare le diverse spinte su obiettivi specifici, motivazioni e risorse locali. Ma, soprattutto, ciò che apprendiamo è che il contesto territoriale deve essere ripensato e disegnato a misura di fragilità umane, lavorando sulle risorse e le capacità piuttosto che sulle mere carenze. Saperi, capacità, talenti degli anziani rappresentano una parte potenzialmente importante di quelle agenzie educative informali che la letteratura riconosce come indispensabili in una società basata sull’apprendimento durante l’intero ciclo di vita.

9 Responses to “L’anziano nella comunità locale: da portatore di bisogno a risorsa per la produzione di capitale sociale”

  1. Ho letto Chi ha bisogno dei bisogni? [https://www.valut-azione.net/blog/chi-ha-bisogno-dei-bisogni-5-riflessioni-sul-tema-dei-bisogni-nella-societa-dei-servizi/] – dove ho trovato l’espressione di tre intenti che vorrei contribuire a rendere realizzabili – cioè:
    1)
    spostare l’attenzione dal concetto di bisogno inteso come carenza a quello di bisogno pensato come sistema
    2)
    costruire spazi di vita a misura delle fragilità umane
    3)
    massimizzar(n)e le capacità attraverso l’uso di tecnologie abilitanti.

    Intervengo qui come portatore di un bisogno da pensare come sistema, vissuto in contesti nei quali era percepito come tale dal 1969 al 1983. Dall’età di 43 anni a quella attuale [78] ho cercato di vivere in contesti nei quali, invece, non è stato possibile contribuire a farlo percepire.

    In questo articolo ho trovato un esempio d’uso “parziale” di una struttura fondamentale della programmazione [Se …. Allora … Altrimenti] che inizia con
    “SE” …. si considera il bisogno come potenziale spinta all’azione … arriva a un
    “ALLORA ….”
    …. ma non propone un “ALTRIMENTI ….” .

    Credo che solo frasando un’ipotesi di “Altrimenti” si possa tentare di “mandare [socialmente] in esecuzione” una spinta all’azione percepita solo come potenziale.

    Vorrei dire di più. Aspetto di vedere se può esserci un riscontro …. altrimenti …. taccio per sempre 😉

    Nonno Luigi

  2. “Per rendere un uomo felice, riempi le sue mani di lavoro, il suo cuore di affetto, la sua mente con uno scopo, la sua memoria con conoscenze utili, il suo futuro di speranza, e il suo stomaco di cibo”.(Frederick Evan Crane). Credo che questa frase del noto giurista statunitense sintetizzi al meglio il risultato della mia esperienza in qualità di operatore dello sportello di informazione sociale. È una frase che avevo letto tempo fa e che è si è quasi trasformata in un libro aperto a mano mano che proponevo alle persone anziane consenzienti il questionario relativo al progetto di cui stiamo argomentando. Un libro le cui pagine sono intrise di saggezza, capacità, conoscenze, valori, affetti, solitudine a volte. Un libro che sarebbe un vero peccato abbandonare in un cassetto e non mandare costantemente in ristampa!

  3. A suffragare, qualora ve ne fosse bisogno, le tesi di Bruno sulla creatività degli anziani, affisso al muro proprio davanti alla mia postazione in ufficio, troneggia il calendario del secondo trimestre dell’a.a. 2014-2015 dell’UNITRE di Caluso, a ricordarmi, quotidianamente, che i fortunati iscritti, ogni giorno della settimana esclusi i sabati e le domeniche, si sollazzano in piani studio di materie quali (riporto fedelmente): “Van Eyck e il rinascimento fiammingo”, “Il mestiere dell’attore: arte e tecnica della recitazione”, “Le Città d’acque: scenari per la creatività umana”, “Fotografare in digitale”, “Evoluzione morfologica del territorio piemontese nell’era quaternaria” e ancora “Quanti anni hanno effettivamente il tuo corpo e la tua anima?”, “La canzone italiana: canto e musica dal vivo”, oltre ad una serie di laboratori creativi di pittura, scultura, creta, informatica, inglese… Inizialmente ho dovuto procurarmi questo piano studi per verificare la disponibilità della sala incontri del Comune ove abitualmente hanno luogo le lezioni dell’UNITRE calusiese, poi, in seconda battuta, ho deciso di esporlo in modo tale che, avendolo davanti agli occhi, esso mi ricordi giornalmente il motivo per cui occorre impostare il nostro lavoro oggi e come cercar di arrivare domani… Una mattina in cui, nell’uscire dall’aula durante una lezione del corso di pittura, erroneamente, o forse per abitudine, ho augurato ai presenti buon lavoro, un allievo mi ha elegantemente fatto notare che “quì non c’è nessun lavoro… il lavoro è altrove, quì c’è solo relax, divertimento e serenità”. E’ pur vero che gioca a favore una componente importante come la salute, ma sono sempre più convinta che la mente abbia un ruolo assolutamente fondamentale e predominante anche in questo. Ed è da quì che dobbiamo partire fin da subito, è a questo che dobbiamo ambire per gli anni che ci attendono. Abbiamo bisogno del nostro riscatto e da loro può venire l’indicazione del percorso da intraprendere.

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    Bruno Vigilio Turra says:

    Forse vale la pena aggiungere qualche considerazione ulteriore a sostegno dell’importanza del mondo degli anziani in una società che tende a diventare sempre più vecchia.
    i) Gli anziani sono diventati una componente economica molto importante attraverso le loro pensioni che in periodo di crisi stanno grandemente contribuendo alla resistenza delle famiglie; non a caso il mercato si è accorto di questa grande riserva come mostra chiaramente la pubblicità.
    ii) Recenti ricerche sembrano dimostrare che mediamente gli anziani sono più felici delle persone in età lavorativa e addirittura dei giovani http://www.corriere.it/salute/08_luglio_14/anziani_felici_1de6aa7e-5193-11dd-a6b4-00144f02aabc.shtml
    iii) Altre ricerca sembrano dimostrare che gli anziani, purché si tengano attivi, sono più creativi della maggioranza delle persone che lavorano http://www.psicoterapeutagestalt.com/2012/02/l-arte-di-invecchiare/
    Ce n’è a sufficienza per ribaltare vecchi stereotipi e guardare con molto più ottimismo al tema degli anziani e dell’invecchiamento…

  5. Vicina e sostenitrice da sempre del “mondo degli anziani”, cresciuta con una nonna che ho adorato e che comunicava esclusivamente in dialetto (ragion per cui ho dovuto imparare il dialetto e tutto ciò che vi gravita intorno già da bambina) e parte direttamente – ed aggiungo profondamente –coinvolta, quale operatore del C.I.S.S-A.C., insieme al Gruppo di lavoro che ha seguito l’indagine, sono rimasta quasi incredula dalla qualità dei risultati emersi, decisamente oltre le aspettative.
    Nel leggere le risposte pervenute attraverso i questionari, alcune delle quali davvero inaspettate e positivamente sorprendenti, le mie riflessioni si sono trovate a convergere, rafforzandole, su due considerazioni sostanziali: la prima è il constatare quale straordinario sottosuolo di conoscenze e di esperienze giaccia ignorato, non visto e inascoltato dai più, inutilizzato come una ricca biblioteca dalla quale mai un testo viene sfilato, mai un titolo viene letto … Io stessa ho sentito il bisogno di poter carpire qualche preziosa lezione da quei maestri “di nicchia” su almeno metà delle abilità emerse… … Abilità che spaziano dalla pittura e scultura al teatro, dal disegno alla liuteria, il saper coltivare un orto (assolutamente non scontato se non se ne conosce l’arte, le fasi lunari, la tipologia del terreno e un sacco di altre cose), il saper raccontare fiabe incantando, ancora oggi, i “nativi digitali” con il solo intercalare del timbro della voce, il saper riparare auto o moto d’epoca ed altre “chicche” ancora.
    La seconda constatazione è un po’ più amara ed è come, per la nostra generazione (dagli anni ’60 in avanti), i nostri anziani rappresentino l’ultima occasione per mantenere vivo quel legame alle proprie origini, alla terra e a quei saperi “antichi” come la saggezza, la pazienza, la perseveranza, il sapersi calare nella vera essenza delle cose, i “fondamentali” dai quali l’uomo, per sua natura, non può e non dovrebbe prescindere e che invece rappresentano i nuovi veri bisogni della società contemporanea (o meglio, dell’individualismo contemporaneo), contraddistinto com’è dalla pochezza di valori, dalla povertà di spirito e dallo scarso senso della vita.
    “Mi piacerebbe tanto insegnare ai giovani la serietà e l’importanza del lavoro” ha scritto un’anziana che ha vissuto la guerra, con grafia leggermente tremula, ma decisa… “Arbeit macht frei”… Questa desiderata, che con molta probabilità non sapremo mai a chi appartiene (i questionari erano rigorosamente anonimi), è riuscita seriamente a commuovermi. Chi di noi può dire di essere in grado di tramandare tutto ciò ai propri figli ed alle nuove generazioni?
    Grazie a Barbara e Bruno per il loro indispensabile aiuto e lavoro.

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    Bruno Vigilio Turra says:

    “Emozioni Positive”. Sono quelle che ho vissuto analizzando i dati e, soprattutto, leggendo i commenti al post, in particolare quelli di Cristina e di Catina. Il piacere che si prova scoprendo nuove risorse ed opportunità laddove si vedevano solo problemi e mancanze ha una componente che rimanda al ruolo dell’innovatore sociale, al compito nobile dell’imprenditore morale. Soprattutto, il vissuto positivo è in grado di attivare processi di cambiamento che il timore, la paura, il dare per scontate le cose, tendono invece a bloccare. Sono le emozioni positive propizie al cambiamento, quelle che nelle organizzazioni (e il C.I.S.S.-A.C è, ovviamente, un’organizzazione) danno la carica e l’entusiasmo per fare e per innovare (vedi https://www.valut-azione.net/blog/le-persone-che-trasformano-le-organizzazioni/).
    Ora, scoperte le capacità nascoste della popolazione anziana, si tratta di valorizzarle, di sostenerle, di metterle in gioco creando nuovi beni relazionali: è di una sfida le cui regole sono in gran parte da costruire, insieme con la comunità, con gli attori locali pubblici e privati. Una sfida tuttavia che mette in risalto il “NOI”, la dimensione del fare insieme partendo sempre da quello che funziona, evitando di arenarsi nell’eccesso di analisi che blocca l’azione. Dobbiamo, come ha segnalato Savino nel suo commento, attrezzarci per cambiare cultura, anche rivedendo il rapporto tra comunità produttive e comunità di cura (vedi https://www.valut-azione.net/blog/chi-produce-e-chi-cura-innovazione-sociale-tra-profit-non-profit-e-altre-opportunita-territoriali/). E’ ora di pensare all’essere anziani e al processo di invecchiare in modo nuovo, come si fa con un grande vino che aumenta la sua qualità e il suo valore al passare degli anni. Conviene a tutti perché, se tutto va bene, diventeremo anziani anche noi…

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    savino beiletti says:

    Concordo con la Sua analisi, colpisce pensare ai “saperi” oramai andati, perduti nel tempo, in parte anche confusi e purtroppo totalmente dimenticati.Vero è che diventa non solo un esercizio ricordare, cercare di far riemergere e quindi insegnare i “saperi”. Penso invece che debba cambiare totalmente la cultura attuale.Come di giustamente Lei l’impegno e la voglia di partecipare, supportano l’importanza di un approccio partecipativo, fondato sul coinvolgimento responsabile e diretto di tutti i cittadini e fanno intuire la presenza di un “capitale sociale” su cui si potrà fondare anche nostro il futuro.

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    Barbara Arcari says:

    Grazie Catina per questo bell’approfondimento sul tema del ricordo, parte importante del sapere custodito dagli anziani

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    Catina Balotta says:

    Concordo sul fatto che dal “mondo degli anziani” provenga una straordinaria voglia di raccontare storie ed esperienze. E’ proprio una caratteristica di questa fase della vita, almeno per due ordini di motivi: il primo è la quantità di esperienze accumulate nel corso del tempo. Il secondo è la caratteristica della struttura cognitiva della popolazione anziana che ricorda eventi e fatti passati con assoluta lucidità (funzione meglio la memoria a lungo termine che quella a breve). Mi è capitato in passato di registrare i racconti di persone anziane relativi ad una area geografica molto ristretta: la campagna di Brescia Sud, per la precisione. Sono rimasta anch’io molto colpita dalla dovizia di particolari (eravamo vestititi così, con la giacca e senza cappotto, con il cappello sempre in testa, con le scarpe solo d’inverno, il mantello quando la temperatura scendeva sotto lo zero. Il tabarro era di stoffa nera pesantissima e poteva proteggere dal gelo chiunque, anche perché andavamo tutti in bicicletta per decine di chilometri al giorno … chi andava a scuola era fortunato, si alzava alle cinque, andava a messa e poi prendeva la bicicletta e andava a scuola. Le biciclette erano molto resistenti, duravano anni ed erano un investimento di un’intera famiglia, come le galline, il maiale e l’orto …) e dalla “voglia” di raccontare quel mondo un po’ dimenticato e un po’ cambiato che continua a vivere con assoluta lucidità nel cuore delle persone anziane, che fa parte delle conoscenze e degli apprendimenti della loro vita, che vorrebbe essere tramandato ai più giovani: un po’ per condividere una relazione, un po’ per intensificare un ricordo. Ecco forse è proprio su questo aspetto sul quale continuerei la riflessione: la necessità della popolazione anziana di tramandare il ricordo. Un “ricordo” quindi che diventa strumento di animazione sociale e di riscoperta di senso di comunità; che dimentica la dicotomia giovane/vecchio a favore di una rappresentazione passata (ma mai del tutto)/presente (ma mai del tutto) di un “tempo” che è ed è stato (che continua a essere nella relazione di narrazione) e che può solo stimolare in tutti delle riflessioni. Riflessioni sul tempo che passa, su ciò che è stato e non può essere dimenticato, sui sentimenti forti e veri che sopravvivono al tempo e che continuano ad accumunare tutti nello stesso circuito: la nascita e la morte, gli amori, le passioni, le malattie, le sorprese e le scoperte. Alla fine il mondo e la nostra vita sono fatti di questo …e proprio in questo (a questo livello di astrazione) si possono riconoscere tutti: persone giovani e meno giovani che hanno fatto esperienze di vita e che possono trovare nella condivisione con “l’altro” una forma di catarsi e di costruzione di senso. Un “senso” non più individuale ma collettivo.

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