Popolazione e idee: 5 riflessioni sull’Italia del futuro

Posted by on 31 dicembre 2016 in Blog | 0 comments

Popolazione e idee: 5 riflessioni sull’Italia del futuro

Secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica che cita dati ISTAT, per la prima volta dopo molti anni, il numero di Italiani residenti all’estero ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia. Si tratta di un dato che può essere letto in modi differenti connotandosi in modo positivo o negativo a seconda dei punti di vista adottati. E’ assai difficile individuare un criterio prioritario che possa fungere da guida e riferimento per dedurre un giudizio univoco: una cosa è adottare la prospettiva ambientale, altra cosa quella etnica, culturale o religiosa altra ancora quella strettamente economica.

La società è costituita da uomini e l’uomo stesso – sosteneva Aristotele già nel IV secolo A.C. – è un animale sociale; le modalità attraverso le quali questa socialità si organizza in culture, comunità e società sono le più varie, come documenta la storia e confermano da sempre le indagini etnografiche ed antropologiche; a maggior ragione  il numero, la massa, la pura quantità di persone che costituiscono un aggregato sociale e le modalità attraverso cui variano  nel tempo e nello spazio sono variabili importantissime per spiegare e comprendere gli equilibri delle società, i conflitti, l’ascesa e il declino delle nazioni.  gli sviluppi stessi della storia. Non è possibile ridurre la complessità degli attuali fenomeni demografici che caratterizzano la situazione italiana (europea e mondiale) senza cadere in semplificazioni ad alto rischio di scontro e conflitto che invariabilmente oscurano la possibilità di comprendere il presente e di ipotizzare un credibile futuro.

1) Immigrazione. In tale quadro anche il fenomeno migratorio non può essere ridotto ad una ideologica apertura o ad un altrettanto ideologica chiusura senza comprometterne la possibilità di spiegazione e di possibile gestione. Per iniziare a capirci qualcosa è indispensabile “smontare” questa complessità ed analizzarne le variabili costitutive senza mai perdere di vita l’insieme. Secondo l’ISTAT la popolazione complessiva residente in Italia al primo gennaio 2016 è pari a 60.665.551 (51,44% femmine) di cui 5.026.153 stranieri (8,29%). Indicativamente è straniero 1 soggetto su 12. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro Paese; per oltre il 50% (oltre 2,6 milioni di individui) si tratta di cittadini di un Paese europeo in particolare rumeni (22,9%) ed albanesi (9,3%).
Negli ultimi cinque anni è più che triplicato il numero di cittadini non comunitari che hanno acquisito cittadinanza e passaporto diventando italiani e sono dunque usciti dal computo del numero totale degli stranieri residenti: sono passati da meno di 50.000 nel 2011 a quasi 130.000 del 2014 per superare i 160.000 nel 2015. Negli ultimi 5 anni si può stimare con una certa prudenza in almeno 600.000 il numero di questi nuovi italiani.
Oltre a questi dati ufficiali ragionevolmente assodati la situazione appare ampiamente fuori controllo: se si limita l’attenzione al fenomeno più eclatante, quello degli sbarchi (che non sono tuttavia l’unica modalità di accesso in Italia), i dati pubblicati dal Ministero dell’Interno e reperibili in rete, indicano un numero pari 69.692 nel 2011, 13.267 nel 2012, 42.925 nel 2013, 170.100 nel 2014, 153.842 nel 2015; sempre secondo il Viminale gli sbarchi a fine settembre 2016 hanno già superato quota 153.000; si tratta complessivamente di oltre 600.000 esseri umani che sono approdati sulle coste italiane.

Di fronte ad un simile flusso ed anche a prescindere dalle concrete possibilità di accoglienza e di occupazione, è più che mai urgente interrogarsi seriamente e senza pregiudizi sugli impatti di breve, medio e lungo periodo sulla struttura sociale, la cultura e l’identità nazionale.

2) Crescita demografica globale. Questi dati vanno inquadrati e letti nel più vasto contesto mondiale che vede una crescita demografica inesorabile: 1,64 miliardi nel 1900, 1,88 nel 1925, 2,51 miliardi nel 1950, 3,86 nel 1975, 5,99 miliardi nel 2000, 7,44 oggi ed una stima di almeno 8,5 miliardi di persone nel 2030. Questi dati in sé già inquietanti sono resi drammaticamente più acuti dalle clamorose differenze nel tasso di natalità delle popolazioni, degli stati, delle etnie e dei gruppi religiosi; queste dinamiche sono in grado di portare alla rottura in tempi molto rapidi di equilibri sociali faticosamente raggiunti nel medio e lungo periodo; esse diventano esplosive quando si intersecano con altre variabili di tipo ambientale, sociale, economico e finanziario. C’è chi vede in tutto questo il fallimento totale sia del modello capitalistico finanziario che delle politiche umanitarie e di natalità, della cooperazione internazionale e dei cosiddetti aiuti ai paesi in via di sviluppo. C’è chi vede l’ottusa pervasività di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita e sul parallelo aumento di popolazione visto sempre e comunque come positivo a prescindere dagli indubitabili limiti ecologici del pianeta e ai vincoli sociali ed antropologici che caratterizzano ogni tipo di popolazione residente su uno specifico territorio, con una cultura e un dato stato di sviluppo tecnologico.

La crescita demografica mondiale dipende da molti fattori ma rappreesenta un tema che non può essere sottaciuto per quanto metta in discussione tabù, ideologie, assunti religiosi, stereotipi culturali radicati, equilibri etnici ed economici.

3) Emigrazione. L’italia però non è solo un paese di accoglienza e di transito dei migranti provenienti dai paesi ad alta tensione demografica, più poveri o meno sicuri. Accanto a questo flusso crescente vi è un massiccio flusso che si rivolge in direzione contraria: quello degli italiani che emigrano verso paesi che sembrano offrire più opportunità. Dal confronto tra questi due flussi emerge un quadro davvero inquietante.
Nel periodo 2006 – 2015 gli italiani residenti all’estero sono passati da 3,1 milioni a 4,7 milioni con un incremento di quasi il 50%. Dall’Italia emigrano spesso persone, soprattutto giovani (20-45 anni), che non riescono a trovare nel Belpaese né soddisfazione né lavoro. Secondo i dati dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), nel 2013 sono uscite 94.126 persone, mentre nel 2014 sono stati 101.297 i connazionali emigrati. Nel 2015 secondo il rapporto Migrantes il numero di italiani espatriati ha superato le 107.000 unità, un dato che quasi raddoppia se si osservano i dati direttamente dai paesi di destinazione: solo nel 2014 ad esempio sono emigrati in Germania 70.000 persone. Oltre il 60% degli italiani migranti è costituito da laureati e diplomati, medici, ricercatori, ingegneri, tecnici. Il confronto con il flusso in entrata è impietoso: quest’ultimo è composto per la stragrande maggioranza da persone di cultura e lingua diversa, con bassa specializzazione e scarsa competenza, che possono coprire solo posizioni non di interesse per gli italiani, su piccola scala e in settori non strategici come il piccolo commercio, l’edilizia e i servizi più elementari.

4) Invecchiamento. E’ opinione comune che la popolazione italiana stia invecchiando sia per la diminuirà natalità che per l’allungarsi dell’età media e dell’aspettativa di vita. Secondo ISTAT i morti sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila rispetto all’anno precedente). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati da partire dal secondo dopoguerra ed è concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Nel 2015 le nascite sono state 488 mila nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, Gli ultra-sessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale della popolazione. E’ in diminuzione sia la popolazione in età attiva (di 15-64 anni PARI A 39 milioni, il 64,3% del totale) sia quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7%). L’indice di dipendenza strutturale è DI 55,5%, quello di dipendenza degli anziani al 34,2%. Nell’ultimo anno
Diminuisce anche la speranza di vita alla nascita: per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85). L’età media della popolazione è pari 44,6 anni.

popolazione

5) Ideologie in conflitto. Se i punti precedenti rappresentano una immagine sintetica di un’Italia in forte cambiamento demografico sostanzialmente condivisa, la loro interpretazione è tutt’altro che univoca. Ancora una volta infatti questi dati appaiono positivi o negativi alla luce dei criteri e dei valori che vengono adottati dagli osservatori. La crescita demografica complessiva con gli squilibri associati è sicuramente un problema gravissimo a livello ecologico planetario e in tal senso, il fatto che la popolazione italiana (immigrati esclusi) sia stabilizzata o in leggera decrescita non può che essere vista positivamente. Tuttavia tale tendenza assume connotati negativi se letta in una prospettiva strettamente economica centrata sulla crescita e sul mantenimento di alcuni specifici aspetti dello stato sociale (ad esempio le pensioni). Queste conclusioni per altro possono cambiare già nel breve periodo se si considera il cambiamento tecnologico, la possibilità che il modello economico dominante possa essere cambiato insieme ai concetti e alla cultura che lo sostiene.

Non stupisce quindi che per alcuni questa sia la fotografia di una nazione e di uno stato ormai allo sfascio, incapace di regolare i flussi in entrata, che non riesce a valorizzare gli anziani e di trattenere valorizzandoli i giovani talenti, incapace di dare speranza ai propri cittadini potenziando la cultura e l’identità nazionale, incapace di formare ed indirizzare i migranti verso occupazioni di cui ci sarebbe grande bisogno (ad esempio la produzione alimentare di qualità legata al territorio) e perfino di impiegare i migranti in lavori socialmente utili; un posto dove troppe persone non riescono più a vivere con l’orgoglio di sentirsi italiani o con la speranza di diventare nuovi italiani.
Sarebbe questa la testimonianza di un duplice e drammatico fallimento dell’intera classe dirigente italiana. Ma non solo: ai loro occhi esiste il dubbio drammatico che si stia attuando una strategia assolutamente suicida e fallimentare che nello scacchiere internazionale porta a collocare l’Italia tra i paesi a bassa specializzazione, incapace di attrarre talenti, conoscenze e capitali.

Per altri osservatori questa fotografia rappresenta invece una nazione post moderna che si adatta alle regole europee e all’ideale neoliberista e mondialista basato sulla crescita infinita, dove ognuno, fatto imprenditore di se stesso, gira per il mondo privo di muri alla ricerca della propria opportunità all’interno di un mercato sostanzialmente infinito e privo di barriere. Ecco gli eroi nomadi della classe creativa globale descritti dal sociologo Richard Florida, ed ecco i miserabili dell’esercito industriale di riserva attratte dalla chimera del lavoro e del consumo. Una nazione dove si esercita il diritto alla mobilità, che si desidera multietnica e multilingue, dove non ci sono barriere e la sovranità viene sempre più spostata verso il livello europeo e degli organismi sovranazionali che controllano l’economia e la finanza globale.

Ma fin che c’è democrazia (o meglio, possibilità di votare liberamente), ognuno può immaginare qualche altra interpretazione. In ogni caso, meglio così che la censura o il dominio assoluto del pensiero unico.

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