Quelle strane idee sul cambiamento dei servizi sospese tra taglio dei costi, etica della cura e affari

Posted by on 4 Agosto 2010 in Blog | 1 comment

Quelle strane idee sul cambiamento dei servizi sospese tra taglio dei costi, etica della cura e affari

E se, per contenere i costi, le case di riposo fossero trasferite nei paesi del terzo mondo? Sarebbe una scelta moralmente accettabile? Potrà accadere davvero in un futuro non lontano? E quali potrebbero essere le conseguenze?

Siamo abituati a sentir parlare di globalizzazione, delocalizzazione, dematerializzazione di prodotti e servizi: è normale parlare con un call center collocato in Irlanda per risolvere un problema informatico e sappiamo che gran parte dei prodotti che ci circondano provengono dalla Cina o dai paesi del sud est asiatico; più recentemente abbiamo imparato a conoscere e a fruire di servizi sanitari erogati nei paesi dell’est europeo. Tutto questo non stupisce nessuno: a ben vedere, almeno per certi gruppi sociali privilegiati il ricorso a cliniche specialistiche per specifici servizi sanitari, lo studio in scuole e in atenei esteri di grande reputazione e altro ancora, rappresentano la norma e la cifra di uno stile di ceto piuttosto che l’eccezione. Indubbiamente, il recente ampliarsi di queste tendenze è associato alla competitività del prezzo: una cura odontoiatrica che promette un risparmio del 70% è un attrattore potente capace di generare indotto anche in termini di un nuovo tipo di turismo sanitario; anche qui nulla di nuovo poiché siamo abituati all’idea di turismo religioso, di turismo congressuale o assai più tristemente, di turismo sessuale.
In un contesto sempre più caratterizzato da specializzazioni locali e differenze di prezzo, indebitamento e inefficienza dei servizi pubblici, informazione diffusa tramite tecnologie digitali e passaparola, è assai probabile che accanto al flusso di persone in cerca di lavoro ben remunerato si rafforzi e si ingigantisca un flusso di utenti in cerca di soluzioni economicamente sostenibili ai loro problemi e bisogni. Un terreno ideale per i nuovi imprenditori e una opportunità per i dirigenti che lottano con il problema del taglio dei costi. Non si sbaglia di tanto se si pensa che questa tendenza si diffonderà ulteriormente a tutti i servizi alla persona, in particolare quelli più costosi e, nello specifico, quelli connessi all’invecchiamento della popolazione: sicuramente qualche persona dotata di spirito imprenditoriale avrà pensato che sarebbe più economico e redditizio spostare anziani e “case di riposo” in un paese del “terzo mondo” piuttosto che attrarre e formare manodopera da quello proveniente per curare e assistere localmente gli anziani. Con un ragionamento brutale da economista è una soluzione che porterebbe vantaggi ai paesi poveri creando lavoro, alle imprese che costruiscono i nuovi immobili e alle famiglie che risparmiano; con qualche esternalità che non conviene indagare, naturalmente. Scandaloso? Immorale? O, semplicemente, una soluzione imprenditoriale ad un problema di espulsione dell’anziano dai circuiti della socialità già ampiamente presente? Ad ognuno la propria opinione in proposito: quel che è certo e che imprenditori “aggressivi” stanno già muovendosi per sviluppare questi progetti e taluni amministratori li considerano con molta attenzione.
Dal proprio punto di vista ognuno può riflettere sulle conseguenze di queste possibili strategie di “delocalizzazione estrema”, sugli effetti attesi e inattesi a breve e a lungo periodo, sulle ricadute sulla cultura, i comportamenti, le credenza, le opinioni, i valori delle persone, sulle implicazioni di ordine etico e sociale. Ognuno può immaginare il mondo possibile che queste scelte lasciano ipotizzare; ma ogni cittadino può anche pensare a soluzioni alternative, che non siano fondate esclusivamente sulla razionalità economica ma affianchino a questa robusti elementi di concreta “razionalità relazionale”, in assenza della quale, il rischio di imbarbarimento diventa rapidamente incontrollabile.

One Response to “Quelle strane idee sul cambiamento dei servizi sospese tra taglio dei costi, etica della cura e affari”

  1. avatar
    Catina Balotta says:

    Globalizzazione, delocalizzazione, dematerializzazione tutti aggettivi utilizzati per indicare l’epoca post-moderna. Ma è davvero così l’epoca post-moderna?
    Per Baumann la società post-moderna è liquida e non ha alcuna forma prestabilita, assume quella sempre cangiante del suo contenitore. Infiniti sono i contenitori in cui la fluidità può inoltrarsi, è un perenne scorrere verso una molteplicità di direzioni (G.Fabris, 2008).
    Anche la dimensione dello spazio e del tempo risultano fortemente riconfigurate: allo spazio dei luoghi, con i suoi tradizionali significati storici e culturali, si contrappone lo spazio dei flussi organizzati, il ritorno a reti funzionali, mentre il tempo senza tempo cancella la stessa nozione di tempo messa in crisi dalla simultaneità, dall’aritmia e dalla flessibilità che caratterizzano l’organizzazione temporale della nostra società (Comunello, 2006).
    Ma è una network society quella in cui ci apprestiamo a vivere?
    Secondo me, allo stato attuale la situazione è molto complessa in quanto convivono tendenze diverse, se non in alcuni casi configgenti, il tutto ricomposto in quadri di senso che stupiscono.
    La fluidità si mescola con la storicità dei luoghi e la simultaneità delle immagini che ne possono scaturire solidifica per sempre il momento dell’incontro tra occhio che recupera una informazione e luogo storico che l’ha conservata. Ma questo è di nuovo un modo per cristallizzare qualcosa, per riconfigurare la velocità dentro una dimensione spazio-temporare che è chiara, che si ferma, che non muta.
    Quando gli economisti vedono che piove e teorizzano “oggi piove” stanno tentando di solidificare qualcosa che sembra inutile solidificare, ma allora perché lo fanno? E perché molta gente è disposta a credere nella verità e soprattutto nell’innovatività di quello che dicono?. La certezza deriva da ciò che si può osservare o dalla certezza di ciò che si è osservato? Riposizionare “attimi” nel tempo e nello spazio sembra di vitale importanza e condividere quanto si è visto sembra necessario e fonte di stabilità e soddisfazione anche per l’uomo post-moderno! E allora cosa ha di post-moderno questo uomo?
    Le informazioni si muovono a velocità devastante e la possibilità di un accesso immediato ai supporti telematici che aprono la porta al mondo del “terremoto che deve ancora succedere” sembrano diventati una delle chiavi per la sopravvivenza dell’umanità. Le informazioni che servono sono: Dove? Come? Cosa centro io? Sono in pericolo? Cosa posso guadagnare o perdere? Quanto costa?.
    Ma questi sono tentativi di ridare e ridarsi stabilità e senso. … E così convivono tendenze posto moderne e tendenze moderne. Tendenze alla delocalizzazione e tendenze ad una localizzazione perniciosa.
    Anche aprire case di riposo in Romania, è moderno o post-moderno o niente di tutto ciò?. E’ solo un tentativo di rispondere alle domande che da sempre l’uomo si fa (dove? Come? Quanto mi costa? … etc).
    Penso che in un epoca globalizzata abbia senso spostare una casa di riposo in Romania se gli ospiti sono contenti di andarci, se i famigliari sono d’accordo, se le condizioni economiche sono vantaggiose e soprattutto se la scelta è reversibile.
    Trovo che la reversibilità delle scelte sia una delle possibilità che caratterizzano l’uomo post-moderno. Tale reversibilità di scelta è una grande risorsa se viene usata con ponderazione e consapevolezza (abbiamo fatto una scelta sbagliata, non avevamo valutato tutte le possibili conseguenze, questi imprevisti cambiano il panorama …) è invece una grande fesseria se viene usata con scelleratezza. La reversibilità della scelta non deve de-responsabilizzare chi la fa, né tanto meno rendere la scelta una non-scelta (oggi tira il vento di lì … quindi si va di lì), ma semplicemente permettere una flessibilità che garantisce all’uomo (moderno o post-moderno che sia) di ritornare sui suoi passi senza che questo scateni delle assurde discese agli inferi, senza che questo porti all’individuazione del capro espiatori di turno ed alla sua successiva ed inevitabile macellazione.
    E’ pur vero che ci sono dei casi in cui la scelta stessa ha in sé il nocciolo della irreversibilità: se tagli una quercia, il giorno dopo non avrai più la quercia … ci vogliono cento anni per far crescere una bella quercia grande di quelle dei parchi dove si passeggia in silenzio …
    Se costruisci un reparto ospedaliero che assomiglia ad un carcere, sicuramente non lo potrai demolire il giorno dopo per creare un’oasi della salute in cui le persone ammalate possano vivere dignitosamente.
    Se togli un dente senza anestesia e fai molto male al paziente, ormai glielo avrai fatto e lui ti detesterà (giustamente).
    Una faccenda cruciale in un epoca telematica e dematerializzata è quella di individuare il locus (fisico o no) delle scelte. A volte mi chiedo se i non-luoghi facilitano le non scelte. Non è che i non-luoghi sono ammassi di non scelte rottamate?
    Mi vengono in mente alcuni ospedali dove il ricorso ai supporti diagnostici è diventato esasperato (radiografie, ecografie, endoscopie) così adesso si dice: “il paziente sta facendo la diagnostica” … cosa? … poi si decide che dato l’esito degli esami il paziente è sano …. Salvo che poi dopo qualche mese muore … lui lo diceva che stava male ma dagli esami non si è riscontrato nulla ! Anche gli ospedali sono diventati non luoghi di non scelte? … Non è sempre così per fortuna, ma il rischio c’è e chi nel frattempo è morto non ce lo perdonerà.

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