Sharing economy tra business e collaborazione sociale

Posted by on 2 Giugno 2016 in Blog | 0 comments

Sharing economy tra business e collaborazione sociale

Malgrado ogni giorno venga celebrato dai media il modello economico dissipato dominato dalla finanza e dalla speculazione, non mancano né idee né applicazioni pratiche che sembrano andare verso una direzione differente  e più sostenibile; non a caso proliferano termini che ci richiamano ad una possibile economia dal volto più umano, maggiormente orientata alla sostenibilità e alla tutela degli aspetti più sociali dell’agire economico. In questo contesto il termine sharing economy ha assunto il ruolo di un termine ombrello sotto il quale si trovano approcci ed idee differenti il cui tratto comune è rappresentato più dall’utilizzo di piattaforme digitali collaborative che dalla condivisione di ideali di equità e cambiamento.

La scienza, si dice, è una delle espressioni più tipiche della società moderna. La tecnologia che ne scaturisce, si dice, ha modellato un nuovo ambiente di vita artificiale. E’ opinione comune che i social network che si sono sviluppati negli ultimi decenni, abbiano dato forma ad una nuova società completamente diversa dalle precedenti. Si tratta forse di stereotipi semplificatori che non cambiano più di tanto il modo con cui molte persone conducono la loro vita; tuttavia  il raggio di azione delle tecnologie digitali va ben oltre l’Internet del web (che ne rappresenta solo una frazione di cui non riusciamo più a far senza) ed ha un impatto  molto potente sull’economia che domina le nostre vite. Certo non è l’unica variabile ma di sicuro essa ha un effetto potente sul funzionamento e sull’efficienza di interi processi di produzione di beni e servizi modificandone profondamente le caratteristiche di funzionamento. La tecnologia digitale consente infatti un controllo capillare e puntuale di ogni tipo di processo, impensabile – fino a poco tempo fa – al di fuori del ristretto contesto della fabbrica industriale automatizzata; attraverso ciò rende possibile quella razionalizzazione integrale nella allocazione di risorse materiali ed immateriali che per lungo tempo è stato il sogno del management  orientato al controllo. In particolare permette di disintermediare  processi collegando direttamente (senza intermediari, appunto) i produttori  proprietari con i consumatori utilizzatori. Associato all’automazione questo processo cambia fortemente le condizioni di sopravvivenza di imprese, professioni e posti di lavoro, minacciando le condizioni di funzionamento che erano state proprie del periodo industriale. La tecnologia digitale consente inoltre di connettere direttamente ognuno dei miliardi di persone ed organizzazioni che sono oggi collegate ad internet: permette in altre parole l’accesso ad una enorme mole di conoscenze, saperi, aspettative  competenze, bisogni, desideri e preferenze.

Piattaforme digitali di condivisione

Proprio in questo contesto prosperano le  piattaforme di condivisione digitale che  rendono possibile quella rete di scambi che comunemente viene definita sharing economy. Attraverso una piattaforma digitale, potenzialmente, si può scambiare di tutto e direttamente: proprio per questo – come cercherò di spiegare sotto – esse sono viste, da alcuni, come meccanismi che distruggono relazioni economiche esistenti, mettendo in contatto diretto le persone con le merci; sono viste da altri come dispositivi capaci di generare rapporti di tipo nuovo in modo nuovo. Una ricerca in Internet consente di trovare facilmente numerosi esempi: con soluzioni che vanno dalla cessione temporanea (acceso) alla cessione permanente di beni (riuso), dalla trasmissione mediata dal denaro a quella mediata dallo scambio di beni, tempo o crediti (Timerepublik), dal baratto all’affitto di breve durata, esse coprono i settori più svariati: abbigliamento, abitazione, alimentare (Scambio CiboBring Food) formazione, ristorazione, finanza, lavoro, libri (Libro Libero), beni di consumo, (Yerdle), architettura (Cocontpest), ambienti di lavoro, alberghiero (Night Swapping) consulenza, servizi domestici e domiciliari, trasporto di cose e persone (Uber, Bla Bla Car) turismo, sport (Sharewood), agricoltura, vicinato (Socialstreet), ricerca (Oxway), perfino pastorizia e allevamento. Fatto è che queste piattaforme una volta che hanno raggiunto la soglia critica di utenti sono molto più efficienti di qualsiasi altra forma di scambio finora pensata.

Spesso non si tratta di soluzioni radicalmente nuove ma, piuttosto,  della riproposizione in chiave tecnologica di pratiche esistite nel passato che vengono, per così dire riscoperte e vivificate dalla tecnologia; chi è vissuto nelle società rurali o in piccoli paesi ricorderà sicuramente forme di scambio e condivisione di beni cadute in disuso, stigmatizzate dal consumismo imperante, ed oggi rigenerate grazie all’uso della tecnologia. Solo che adesso si chiamano con l’immancabile e un po’ ridicolo uso di termini inglesi, azioni on demand e gig economy (scambio di lavoretti). Nell’attuale panorama economico queste soluzioni, che nascono a volte come espressione della naturale socialità umana, diventano se sopravvivono allo shock da start up, servizi sostitutivi (rispetto agli attori economici che agiscono in mercati codificati e normati)  che cambiano le regole del gioco non meno di quanto l’avvento dell’automobile ha cambiato a suo tempo il mondo basato sul trasporto animale rendendo rapidamente obsolete  tutte le competenze e le imprese che lo costi. Ed è proprio questo aspetto creativo che risulta particolarmente ambiguo per quanti osservano ancora la realtà con gli occhiali del  periodo industriale e post industriale tramontato e delle relative burocrazie pubbliche e private. Un periodo al quale si guarderà forse nel futuro come un’anomalia del tutto particolare, una cesura storica, che riducendo tutti a consumatori, ad uomini ad una sola dimensione, pretendeva di aver interrotto modi e pratiche relazionali che pur presentandosi in modi storicamente diversi, sono profondamente radicate negli esseri umani. Forse o forse no.

Certo, questi  cambiamenti sono affascinanti ma non è tutt’oro quel che luccica: anche a prescindere dalla fastidiosa certezza di essere sempre controllati, la gratuità nella rete è solo apparente anche se si presenta tale per molti consumatori: in verità ciò che viene venduto nel grande mercato digitale sono le stesse persone che nella rete si muovono e conversano; ciò che crea valore sono le informazioni che liberamente e gratuitamente ognuno di noi da in pasto al sistema.

Prima costellazione 

Come entrano questi temi nel discorso quotidiano? In che modo si sviluppano le conversazioni sulla sharing economy? Una prima costellazione di discorsi privilegia l’aspetto economico, finanziario ed imprenditoriale: al suo centro sta il profitto e con esso l’esigenza di attrarre e connettere una massa critica di persone disposte a condividere direttamente qualche forma di bene attraverso la piattaforma digitale. E’ un approccio che si sviluppa nell’ambito dell’economia formale dominata dal paradigma neoliberista, interpretata secondo la cultura californiana altamente innovativa della Silicon Valley. La sharing economy così intesa sfrutta la potenza delle tecnologie digitali per intercettare non una massa di clienti ma piuttosto masse di mercati, sfruttare il fenomeno della coda lunga, accorciando la catena di produzione del valore, disintermediando il rapporto tra un numero crescente di consumatori e una quantità crescente di prodotti e servizi. Il suo impatto sull’economia reale è dirompente poiché cambia alcuni dei meccanismi di funzionamento del mercato spiazzando schemi consolidati e mettendo in discussione equilibri che sembravano, nel bene e nel male, acquisiti. Non si può non leggere dietro questi processi il manifestarsi di quella creatività distruttiva che, secondo l’economista austriaco Joseph Schumpeter, rappresenta l’anima e l’essenza stessa del capitalismo. In questa prospettiva prevale spesso una visione del mondo fondata su un darvinismo sociale esasperato, che poco concede allo spirito della collaborazione e della condivisione: concorrenza spietata che lascia sul campo le vittime (molte) ed esalta i vincitori (pochi), arricchendo enormemente questi e destinando all’oblio quelli, secondo la logica del “chi vince prende tutto”. Trasformate in macchine di profitto le organizzazioni vincenti della sharing economy sono a volte diventate imprese prive di meccanismi di tutela del lavoro, impegnate nella corsa all’elusione fiscale, implicate in forme di concorrenza scorretta; alcune sono diventate colossi transnazionali che aumentano le disuguaglianze favorendo il lavoro al ribasso, garantendo la concentrazione di grandi profitti in pochissime mani; offrendo vecchi servizi in forma nuova e più efficiente esse mostrano un aspetto oscuro del rapido processo di digitalizzazione in corso.
In Italia (ma non solo) le reazioni a questa spinta, nel bene e nel male rivoluzionaria, sono state in alcuni casi feroci (vedi i casi Uber e AirBnb), originate a volte dalla reale precarizzazione delle condizioni di lavoro, più spesso alimentate dalle accuse di concorrenza sleale avanzate da imprese, organismi di rappresentanza (vedi il caso Cocontpest) e da interi settori che avevano forse agito finora in regime di monopolio e di rendita a discapito dei consumatori.
Resta il fatto che in questa sharing economy, che pure mette a disposizione servizi di grande utilità a basso costo o gratuiti, che taglia drasticamente i costi di intermediazione, ma che si presenta frequentemente come business che attenta ad equilibri consolidati, molti stentano a riconoscere quella componente di condivisione, che il termine sembrerebbe suggerire.

Seconda costellazione

Una seconda costellazione di discorsi privilegia proprio l’aspetto relazionale che in quella va perso, la collaborazione, la produzione di senso; un differente modo di concepire la sharing economy che attenua il legame con il profitto, si allontana dal versante prettamente economico e finanziario per spostarsi verso quello della condivisione ed approdare infine alla sponda della collaborazione. Esso scaturisce spesso dall’economia informale, si radica nella cosiddetta economia civile, nell’economia della reciprocità e in tutto quel variegato universo che cresce tra le macerie lasciate sul campo da un economia predatoria di vecchio e nuovo modello; essa si apre spazi d’azione nella crisi del welfare che ha vergognosamente abbandonato i cittadini e i territori a se stessi; recupera vecchie concezioni della dimensione economica intesa come cura della casa comune. Queste argomentazioni si muovono nell’ambito della sostenibilità piuttosto che in quello del profitto, parlano di utilità e capitale sociale piuttosto che di utili e dividendi.
E’ un approccio che non si basa su un mercato digitale fatto di flussi monetari, indici e numeri, ma trae piuttosto fondamento da valori di equità, giustizia sociale, collaborazione, partecipazione, riuso e riduzione dello spreco, radicamento territoriale, rapporti diretti in grado di attivare le persone per costruire relazioni e progetti comuni. Esso si muove con un idea di mercato e di impresa differente non guidata esclusivamente dal profitto; sviluppa modelli di innovazione sociale basato su comunità e connessioni in grado di rigenerare valore più secondo le idee di Elinor Ostrom sulla gestione dei beni comuni che secondo le linee guida dei manuali di economia d’impresa. Le piattaforme tecnologiche sono usate in questo caso con l’ambizione di creare rapporti reali e per sostenere comunità che diventino capaci di gestire beni comuni e collettivi.

Senza generalizzare troppo, si può affermare che punto di forza della prima è la capacità di generare valore economico e profitti restando sul mercato, punto di forza della seconda è la capacità di generare valore sociale. Punto di debolezza della prima sono le possibili esternalità che essa produce, punto di debolezza della seconda la difficoltà a generare entrate sufficienti per garantirsi il funzionamento.

Sharing economy png

Due narrazioni proiettate nel futuro

Si tratta di due narrazioni differenti accomunate dall’uso delle medesime tecnologie digitali collaborative: una si pone di fronte al pubblico mondiale, l’altra di fronte alla dimensione più locale e comunitaria. Esse sembrano rispondere a due ideologie, a due visioni del mondo differenti; tra le due narrazioni non corre buon sangue e i fan dell’una stentano a riconoscere gli elementi comuni rispetto all’altra. In entrambe però si riconosce una forte tensione al cambiamento ed entrambe lasciano intravvedere i contorni sfumati di un futuro possibile che è ancora tutto da inventare. Possiamo anche qui vedere all’opera due delle tendenze chiave che caratterizzano la contemporaneità: da un lata quella che attraverso le tecnologie distrugge lavoro (o meglio: posti di lavoro) e dall’altro quella che mira a ricostruire il tessuto sociale e il capitale sociale e a rianimare gli elementi comunitari indispensabili alla vita civile. Due facce di una stessa medaglia che, guardate in prospettiva ottimistica, potrebbero portare alla liberazione dal vincolo del lavoro che aveva caratterizzato la società industriale e all’apertura verso gli aspetti più creativi ed innovativi che caratterizzano la natura umana.

La sharing economy, nel suo insieme nebuloso e  composito, può allora essere vista come un modo per affrontare il problema fondamentale della riallocazione delle risorse prodotte che, in termini di quantità, sarebbero più che sufficienti a garantire la copertura dei bisogni essenziali. La tecnologia sembra poter garantire la liberazione dal peso del lavoro proprio quando l’uomo diventato consumatore, ha più che mai bisogno di lavoro per guadagnare e poter continuare a consumare: non stupisce dunque che anche la sharing economy venga giudicata dal pensiero mainstream nei termini del contributo al PIL che essa può dare. Un idea che distrugge gli elementi genuinamente generativi impliciti nell’idea stessa di condivisione.

Per ora sembra che i tempi non siano maturi per pensare di riconoscere nelle grandi piattaforme di condivisione un bene comune che non può essere gestito esclusivamente in nome del profitto. Già ora però si può porre a tutti una domanda;

– a te cosa piacerebbe condividere?

Se la risposta è chiara puoi iniziare subito.

 

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