Cooperazione allo sviluppo tra grandi imprese e iniziative locali (II)

Posted by on 16 Settembre 2015 in Blog | 0 comments

Cooperazione allo sviluppo tra grandi imprese e iniziative locali (II)

In un libro epocale e purtroppo poco conosciuto Judith Tendler aveva messo in risalto in tempi non sospetti le profonda ambivalenza dei progetti di cooperazione indicando con chiarezza chi ne fossero i veri beneficiari e chi le vittime. A molti anni di distanza da “Progetti ed effetti. Il mestiere del valutatore” le sue considerazioni sembrano quanto mai attuali. La conversazione con Umberto Carrescia presidente della Onlus Circe di Merano cerca di mettere in luce quali potrebbero essere i criteri per valutare i progetti di cooperazione in modo coerente con quei principi e valori che animano o dovrebbero animare la cooperazione allo sviluppo.

LA VALUTAZIONE E LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO DI UNA ONLUS

Come già scritto nel post precedente, i principi che dettano il circuito entro il quale una deontologia professionale e umana si esprime in un contesto di cooperazione allo sviluppo (CAS), sono i seguenti:

i) Il rispetto delle risorse locali.

ii) La lotta ai sistemi adottati dalle multinazionali.

iii) La sostenibilità del progetto con le risorse locali.

iv) La condivisione degli obiettivi con i partner.

v) La testimonianza nel paese d’origine.

vi) L’etica personale.

Inoltre la Cooperazione allo sviluppo poggiante sulla leva del volontariato, ha caratteristiche cogenti che amplificano la riflessione.

Questo per diversi motivi:

– In molti casi si basa esclusivamente sul volontariato (CIRCLE – l’associazione di Merano che ha ispirato la scrittura dei post – è una ONLUS di questo tipo);

– Non lucra su nessuna delle attività che implementa;

– E’ composta da soggetti che hanno un approccio volontaristico a tutte le attività sostenute;

– A volte è composta da tutti “Amici” (nel vero senso della parola – così è CIRCLE) e questa è una garanzia di trasparenza e presenza di un forte Capitale Sociale che “Serve a tappare tutti i buchi”.

In questo circuito “fuori dal mercato e fuori dall’economia di scambio (io non ti pago per quello che fai, lo fai perché lo vuoi fare)”, anche la valutazione diventa attività di volontariato che si può decidere di agire aldilà del compenso e in un contesto non competitivo (la non-competizione riguarda sia le remunerazioni delle prestazioni professionali dei soggetti coinvolti, sia la presenza in reti d’impresa che adottano tra loro – tra i nodi del reticolato – logiche concorrenziali inutili per una ONLUS).

Stiamo parlando dell’immissione di un soggetto diverso in un contesto dove le regole “sono uguali per tutti gli altri”. Tale immissione può provocare scossoni di sistema e incentivare una nuova redistribuzione del Capitale sociale. (Cioè: Chi fa cosa? – Potrebbe verificarsi che la spinta alle azioni volontaristiche della CAS contagi anche soggetti appartenenti al contesto reticolare che ottengono remunerazioni dalle organizzazioni per le quali operano solitamente. Cioè possiamo trovare nel tessuto strategico persone che ricevono dall’organizzazione per la quale lavorano denaro e, contemporaneamente, ricevono dalla CAS un “Grazie, se vuoi possiamo continuare ad essere amici”. Questo è ridistribuente sia rispetto alle logiche commerciali sia rispetto alle relazionali intra-organizzazione, intra-gruppo, intra-personali). Tale posizionamento definisce delle nuove traiettorie che sono affascinanti. La dicotomia Stato/Mercato viene efficacemente superata. Le conseguenza che questo “salto” può avere, sono in progres.

In una dinamica mutevole e “a volte difficile” come quella appena descritta, è normale che una delle preoccupazioni sia quella di mantenere piccola l’organizzazione di CAS, in modo che ciò che attualmente è garantito da vincoli amicali (comportamento etico e non opportunistico) continui ad attingere garanzie dalla bassa numerosità degli ingressi nella ONLUS e da una selezione delle professionalità in entrata.

E’ necessario che in CIRCLE entrino persone che hanno voglia di fare, che poi siano bianche, verdi o nere, non ha nessuna importanza. Importanti sono le competenze. Forse Circle aggiungerà una clausola per cui chi entra nell’associazione deve avere esperienza pregressa nel settore, oppure, in alternativa, faccia una dichiarazione di impegno negli ambiti di pertinenza di Circle*”.

Come tutto questo può prestarsi a forme di valutazione che aiutino e supportino l’organizzazione nel suo processo di crescita?

Sicuramente valgono alcuni principi già tratti in altri Post:

– il sistema di valutazione deve essere costruito con gli stakeholder prioritari;

– Il sistema di valutazione non deve essere calato dall’alto ma “fatto proprio dagli stakeholder”;

– Il ritorno sulle attività di valutazione è d’obbligo;

-La riflessione sulle indicazioni per il miglioramento e l’implementazione di tali attività migliorative, importante;

– La messa a punto di un sistema informativo che permetta l’analisi sistematica di trend di dati, interessante;

– La digitalizzazione una nuova frontiera.

Inoltre, visto che una delle preoccupazioni è quella di mantenere CIRCLE una organizzazione con le caratteristiche descritte, diventa fondamentale una attività di confronto con i soci su alcuni principi che muovono l’azione. In questa sfera la valutazione può entrare “in punta di piedi” avendo chiaro che ciò che si può valutare sono i valori e la mission che “animano la CAS” e non necessariamente quelli che spingono all’azione le singole persone.

Ma proprio qui sta il problema: in questo contesto gli orientamenti etici dei singoli e l’orientamento della mission organizzativa tendono a confondersi fino a diventare “sovrapposti”.

Alla fine fare CAS diventa un’ approccio all’onesta. Parafrasando un dogma cattolico – siamo tutti uguali davanti agli occhi di Dio – . La CAS diventa – un modus vivendi*” .

Le associazioni di volontariato che fanno CAS devono stare attentissime a non commettere errori. Se si cresce in fretta e si perde il controllo si rischia di incappare in incidenti non dolosi. Capita, e non ce ne si accorge nemmeno. Soprattutto quando la ONLUS si ingigantisce in fretta e si perde il controllo su “tutto” (non è possibile diversamente) si rischia che succedano disastri, perché le mele marcie ci sono dappertutto. Comunque, aldilà delle mele marcie, in un contesto come questo, hai una sola possibilità: quella di essere onesto. Non ci sono alternative*”.

E così la valutazione si interfaccia con questo mondo dove:

– Non ci sono soggetti remunerati;

– Non c’è struttura gerarchica ( “Nel mio lavoro di project manager ho visto molte strutture piramidali cadere. Se una struttura piramidale cade, non c’è più niente da fare. Non si rialza più. Una struttura trasversale ha più possibilità.”)

– Esiste un contesto sistemico dove i principi della mission aziendale si confondono con i principi personali fino a sovrapporsi e a fondersi, in una modalità prima umana e poi organizzativa, affascinante.

Dato tale contesto la valutazione deve “lavorare” a fianco dei processi organizzativi supportando lo sviluppo strategico dell’organizzazione (utilizzando metodi e tecniche partecipative e piatte) e supportando il cammino del gruppo che attivamente lavora per la CAS, con ritorni costanti sul progredire organizzativo. Crediamo che in questo ambito, la buona valutazione sia l’occhio interno e/o esterno che suggerisce e rinforza azioni e comportamenti. Non è necessario altro, perché la struttura dell’organizzazione e il suo stare in un contesto reticolare ne garantiscono già di default alcuni obiettivi misurabili quanto cogenti (se non raggiunti la CAS non ha più ragione di esistere).

Infine ci sembrano importanti alcuni paradigmi, prima teorici e poi “umani”, di etica comportamentale che riguardano sia chi la CAS la sostiene e la fa, sia chi si trova ad agire leve valutative in contesti particolari come quello di questa tipologia di ONLUS.

Pensiamo che sia all’organizzazione, sia ai singoli professionisti, sia ai valutatori impegnati nella crescita della CAS di stampo volontaristico, interessi avere chiaro che il substrato teorico che muove l’azione poggia sulle seguenti enunciazioni:

1 – I rapporti sociali di marca razzista si stabiliscono in seno al paradigma che vede un soggetto agire su un’oggetto.

2 – Le culture sono entità fluide dai confini permeabili e subiscono modificazioni quando popoli diversi interagiscono reciprocamente nel tempo e nello spazio.

3 – In un contesto multiculturale, estirpare il razzismo diventa una questione educativa: si rende necessario educare la gente a conoscere le culture diverse dalla propria e poi a mettere questa conoscenza in pratica.

4- Non è vero che il razzismo razziale (che si vuole biologicamente fondato) e quello culturale (che fa riferimento a culture pensate come irrimediabilmente distinte e di fatto incompatibili l’una con l’altra) rappresentino forme separate o alternative di razzismo.

5 – Questo nostro sviluppo (europeo e capitalista) ha creato troppa esclusione, sofferenza, ingiustizia, per poter essere ancora utilizzato nella progettazione del futuro.

6- Oggi ci si è resi conto che la salute non può esaurirsi semplicemente con l’assenza di malattie e la stessa OMS ha sentito il dovere di definire la salute come: “La realizzazione per tutte le donne e gli uomini di tutte le proprie potenzialità, fisiche, psichiche, culturali e religiose”.

Chiudiamo, questa seconda parte del post, con una frase di G.I. Gurdjieff che ci sembra importante e foriera di ulteriori riflessioni che, volentieri, vi lasciamo. “Se aiuti gli altri, verrai aiutato. Forse domani, forse tra un centinaio d’anni, ma verrai aiutato. La natura deve pagare il debito. È una legge matematica e tutta la vita è matematica”.

*Le parti in corsivo sono frasi di Umberto Carrescia trascritte esattamente come sono state dette.

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