Dall’altra sponda del Mediterraneo. Migrazioni in Italia tra parole e numeri

Posted by on 31 marzo 2017 in Blog | 0 comments

Dall’altra sponda del Mediterraneo. Migrazioni in Italia tra parole e numeri

Qualcuno pensava che nella società dell’informazione fosse tutto più facile: democrazia trasparente, cittadini informati; l’avvento delle tecnologie digitali e il dominio mediatico stanno portando invece verso la società della post verità; un luogo dove i fatti sono spesso subordinati alle opinioni, dove è estremamente difficile discernere e valutare, dove anche le notizie ufficiali sono spesso connesse a scopi e strategie di attori potenti quanto sconosciuti. Facile in questo contesto adottare semplificazioni sull’onda delle emozioni, interpretare semplicisticamente i fatti in base alla personale ideologia. Così è, naturalmente, per il fenomeno migratorio, ridotto a mera contrapposizioni tra pro e contro, spettacolarizzato e rappresentato fin troppo spesso come rissa tra opposti populismi intorno ai quali  la polemica infuria.

Immigrazione: il termine evoca immediatamente immagini, emozioni e pre-giudizi diversi a persone differenti e a differenti gruppi sociali. Il problema inizia dunque già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso: poichè si sa bene che l’ignoranza genera paura e la paura è una merce che produce diffidenza, odio e rancore. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, apolidi, rifugiati rimpatriati e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e in tale confusione prosperano gli equivoci; intanto le guardie ideologiche del politicamente corretto fremono di indignazione per ogni termine usato scorrettamente e sono già pronte ad imporre l’uso di nuove parole obbligatorie, lanciando il bando di proscrizione per gli usi non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certi termini piuttosto che altri, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile e quanto mai consigliata ad ogni cittadino.

Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.

Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.

Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.

Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.

Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.

Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.

Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.

Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.

Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.

Apolide designa persone che avendo perduto la cittadinanza di origine e non avendone assunta una nuova non è cittadino di nessuno stato.

In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune.

In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e può capitare perfino di finire in guai giudiziari per un utilizzo incauto delle parole. 
Migrazioni: se le parole sono difficili da maneggiare con discernimento altrettanto lo sono le cifre. Il problema infatti si complica ulteriormente quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare e qualificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono, spesso profondamente, dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente e da anni sulle coste Italiane, prima con mezzi di fortuna, poi raccolte dalle navi militari (e non) e infine imbarcate e recapitate direttamente dalle navi di  ONG che sembrano agire per conto proprio e al di fuori di ogni controllo, sulle quali gravano molti sospetti da parte delle istituzioni europee (vedi qui per approfondimento) e della stessa giustizia italiana (vedi qui). In realtà questa degli sbarchi è solo la parte più evidente e rappresentata dai media di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro (puoi vedere qui la rappresentazione grafica dei flussi curata da UNHCR e costantemente aggiornata).

Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, poichè la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%). Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea. Nel 2016 dunque almeno il 75% degli sbarchi riguardano persone provenienti dall’Africa nera.

Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni, dati consultabili qui)  sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri infatti, non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, al ruolo femminile, all’idea di famiglia, al peso dei clan e genericamente al modo di porsi rispetto alle regole della convivenza civile occidentale ed italiana in particolare.

Senza tuttavia entrare in questioni di tipo culturale e religioso particolarmente spinose vi sono due aspetti semplici semplici ma estremamente importanti per capire la genesi e le conseguenze future di questi rivolgimenti demografici che stanno investendo l’Italia: si tratta dal genere e dell’età.

Il primo aspetto, ampiamente sottaciuto ma importantissimo, è la composizione di genere ovvero la proprozione tra maschi e femmine nell’universo dei migranti. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org (sponsorizzato dalla fondazione Open Society dello speculatore finanziario George Soros, vedi qui) le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea). Anche secondo quanto riportato da questo sito (mondialista ed acceso sostenitore di ogni migrazione) la proposzione di donne che approdano in Italia è decisamente bassa e clamorosa se la si confronta ad esempio con  il flusso proveniente dall’Ucraina (49,7% sono femmine) o dalla Siria (37,5% ma si tratta di un flusso che praticamente non tocca l’lItalia): tra i provenienti dalla Nigeria la proporzione di donne è pari al 21,9%, dal Senegal 1,7%, dall’Afghanistan 1,7%, dal Gambia 1,1% (qui la relazione con i dati).

Il secondo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio (qui la ricerca) condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.

La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne, mentre crescono i minori non accompagnati (anch’esso quasi sempre maschi  di età 14-18 anni). 

Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente e antropologicamente esplosiva solo a causa del semplice cumularsi degli effetti dovuti all’età e alla composizione di genere.  E’ una situazione che non può essere risolta solamente a livello nazionale e a livello europeo ma che rimanda all’esigenza di politiche su scala planetaria che nessuno sembra voler affrontare seriamente al di la della retorica. Per l’Italia intanto qualcosa bisogna fare comunque: si tratta almeno di uscire dallo scontro ideologico e profondamente interessato tra i sostenitori del si e del no alla cosiddetta accoglienza e di iniziare a confrontarsi seriamente sul fenomeno al di la di ogni facile demagogia e buonismo ipocrita (vedi qui per un quadro più generale); per evitare il peggio, servono urgentemente  scelte decise, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.

E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa di migliori accordi con i paesi di partenza e di transito, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.

 

 

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