Il capitale sociale tra valutazione e sviluppo sostenibile

Posted by on 3 Giugno 2015 in Blog | 1 comment

Il capitale sociale tra valutazione e sviluppo sostenibile

La nozione di “capitale sociale” è stata accennata per la prima volta in ambito sociologico quasi un secolo fa per indicare l’insieme di quei beni intangibili che hanno importanza nella vita quotidiana delle persone come la buona volontà, la collaborazione tra individui e famiglie, i rapporti di buon vicinato, la solidarietà (in tal senso esso è assolutamente diverso dalla nozione economica che lo intende come capitale di rischio conferito dai soci ad una specifica società d’affari); nell’accezione sociologica il termine, da sempre caro ai riformatori sociali, ha ripreso grande vigore negli ultimi decenni come somma di risorse materiali e immateriali che sono – nella classica definizione del sociologo francese Pierre Bourdieu – nella disponibilità di persone o gruppi che appartengono a reti basate sulla reciprocità e il mutuo il riconoscimento.

A metà degli anni ’90 molti politologi e sociologi iniziano a declinare le variabili, associate alla definizione di questo tipo di Capitale, nelle maniere più svariate. Un impulso a una definizione univoca e condivisa di “Capitale sociale” arriva nel 2001 quando la Banca mondiale e l’OCSE lo descrivono come l’insieme di “valori, norme, relazioni e istituzioni che formano le interazioni sociali e che favoriscono l’azione, facilitando la cooperazione”.
Ad oggi, si possono enucleare alcuni elementi che costituiscono il capitale sociale, tra questi:
1 – LE RELAZIONI – a livello micro parliamo di relazioni riferendoci ai rapporti familiari, amicali e alle reti di impegno civico, mentre a livello macro ci riferiamo all’ambiente politico e sociale.
2 – LA FIDUCIA – questo comportamento che noi chiamiamo fiducia è affine alle aspettative che nascono all’interno di un gruppo, di un’organizzazione, di un reticolo di organizzazioni (rete) di un comportamento prevedibile, corretto e cooperativo, basato su norme di comportamento accettate dai membri. La capacità di estendere la fiducia e la solidarietà aldilà della ristretta cerchia dei legami amicali costituisce un requisito essenziale alla coesione sociale di una comunità civile. In altri termini possiamo dire che l’analisi della fiducia interpersonale ci consente di indagare la volontà di cooperazione degli individui e la loro capacità di istaurare rapporti fiduciari anche con soggetti con i quali non esistono vincoli amicali.
3 – LE ISTITUZIONI – ossia forme abituali di regolazione e organizzazione del comportamento individuale, associato e collettivo.
4 – IL TERRITORIO – è nato più di recente il concetto di “capitale territoriale” definito dall’OCSE come l’insieme di tutte le caratteristiche che garantiscono un vantaggio competitivo a un territorio.
Il Capitale sociale si sviluppa inizialmente dall’individuo; le relazioni interpersonali confluiscono poi nelle istituzioni, rendendo le reti relazionali più complesse e generando effetti sulla società (Coleman, 2000).
Il capitale sociale è quindi un concetto bidimensionale che si dipana secondo due direttrici: quella strutturale (come è fatta una rete e/o una istituzione e come la variabile Capitale sociale gioca nella sua strutturazione e mantenimento) e quella cognitiva (come l’individuo sviluppa una idea di fiducia e come la agisce nei contesti in cui è possibile consolidare relazioni e facilitare solidarietà).
Passando alla sua misurazione, anche qui la direttice è dicotomica: da una parte misuro (provo a …) il livello di relazione/interazione tra individui, dall’altra provo a tenere sotto controllo la componente sistemica o culturalista che sfocia nelle istituzioni (bonding social capital/bridging social capital – Putnam, Leonardi, Nanetti ’93).
Credo che alcune delle considerazioni più interessanti (per dei Valutatori) e anche più recenti riguardino l’effetto che il Capitale Sociale può avere sugli individui, sulle reti, sulle istituzioni, sulla società.
Avendo chiaro che gli effetti d’investimenti che presuppongono, tra l’altro e da subito, un coinvolgimento degli individuai di tipo “emotivo” sono sempre ambivalenti e possono avere sia ricadute positive che negative, penso che si possa così provare a schematizzare la filiera degli effetti:
1 – EFFETTI POSITIVI – sulla politica: partecipazione e funzionamento; sull’economia: riduzione dei costi di transazione e rafforzamento della cooperazione; sul benessere sociale: facilitazione della coesione e miglioramento della qualità della vita.
2 – EFFETTI NEGATIVI – sulle relazioni: si consumano velocemente, sono costose e non certe; la fiducia è rischiosa, paradossalmente si possono scatenare fenomeni di esclusione sociale.
Credo quindi che l’idea un po’ onirica dello sviluppo sostenibile come Capitale Sociale che si innesta e autoalimenta sia già di fatto superata. Se parliamo di sviluppo sostenibile come “miglioramento integrato e coerente di tutte le dimensioni della vita e della società, avendo cura del benessere attuale degli individui e salvaguardando una condizione di vita adeguata per le generazioni future”, possiamo affermare che analizzando la letteratura esistente non emerge una relazione forte tra capitale sociale e sviluppo sostenibile, chiaramente se per sviluppo sostenibile continuiamo a considerare il concetto multidimensionale che negli ultimi anni ha ricevuto sempre maggiore attenzione e interesse collettivo (commissione Stiglitz,Sen,Fitoussi – 2000).

One Response to “Il capitale sociale tra valutazione e sviluppo sostenibile”

  1. avatar
    Catina Balotta says:

    Il tema è molto complesso. Anche perché tra sociologi, psicologi, urbanisti e ingegneri di “capitali” ne abbiamo individuati un po’ troppi: il capitale umano, quello sociale, quello ambientale, quello territoriale e adesso c’è anche “il capitale di comunità”.
    Dovremmo trovare il modo metterci tutti d’accordo almeno nel chiamare con lo stesso nome le stesse cose.

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