Lo sport tra agonismo e partecipazione

Posted by on 18 Febbraio 2015 in Blog | 2 comments

Lo sport tra agonismo e partecipazione

Lo sport rappresenta nelle nostre società un istituzione, qualcosa che va oltre la semplice attività sportiva: è politica, business, ideologia competitiva, campo di ricerca e sperimentazione per l’industria farmaceutica e della salute, evento, educazione, scandalo e pettegolezzo, informazione, fatto culturale e sociale. E’ agonismo esasperato, competizione sfrenata come pura partecipazione disinteressata; è fucina di passioni e sfida, generatore di infinite discussioni, tema di dibattito e contrapposizione, momento aggregante, creatore di eroi, di storie, di miti; fatto personale e collettivo. Esso crea un indotto produttivo enorme ed alimenta l’industria del tempo libero non meno di quella dell’informazione: proprio per tutto questo lo sport è un tema di riflessione rilevante per le scienze sociali ed è un campo di grande interesse per la valutazione.

Così come è oggi il sistema sportivo Italiano rappresenta una anomalia rispetto al resto del mondo: siamo l’unico paese in cui il CONI (Comitato olimpico nazionale), invece di essere deputato alla selezione e preparazione degli atleti da inviare alle olimpiadi, gestisce l’intero sport nazionale. Avere un CONI che fa le veci di un inesistente “ministero dello sport” ha indirizzato le risorse esistenti a vantaggio (quasi esclusivo) del sport agonistico di eccellenza a scapito di qualsiasi altra forma di sport:  da quello scolastico a quello per gli anziani. D’altra parte l’VIII  congresso nazionale dello “Sport per tutti” (Québec, maggio 2000) sottolinea come lo Sport per tutti debba:

  • Includere tutti i settori della popolazione, uomini e donne, accompagnandoli per l’intero arco della vita;
  • Porre attenzione ai bisogni della popolazione anziana, delle minoranze e dei disabili;
  • Sapersi adattare alle condizioni locali e alle capacità di ogni cittadino;
  • Essere complementare allo sport d’elite.

Le politiche dello sport per tutti coincidono quindi con lo sviluppo dello “sport sociale” i cui campi di azione si interfacciano con quasi tutti i servizi sociali: la sanità pubblica, l’istruzione, la formazione professionale, l’ambiente, la cura degli anziani e dei disabili, la lotta all’esclusione sociale e la ricerca di forme pacifiche di integrazione.

Come si può muovere un valutatore in un contesto di questo tipo? Che attività di valutazione possono essere utili?

Se ci riferiamo alla componente agonistica il lavoro riguarda da una parte il controllo sul mantenimento degli standard di prestazione degli atleti  (escludendo doping e comportamenti illegali) e dall’altra riguarda  la “valutazione dei servizi per lo sport”,  tema tanto caro ai valutatori. L’adeguatezza degli impianti, la loro manutenzione, la loro sicurezza, la sostenibilità economica e ambientale. C’è poi tutto il settore della valutazione degli investimenti pubblici sia infrastrutturali che di risorse umane ritenuti adeguati per la pratica sportiva agonistica. Pochi valutatori affrontano questi temi, in quanto li si considera temi “di settore” appannaggio di chi fa sport agonistico, di chi lo ha fatto, della “politica” in senso lato, comprese le amministrazioni locali che hanno forti interessi economici in gioco.

Se ci riferiamo allo “sport per tutti” torniamo ad un terreno vicino alla socialità, al senso di cittadinanza e alla partecipazione diffusa, temi cari ai sociologi, ai riformatori sociali e ai valutatori, anche in  Italia.

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Credo che sarebbe interessante riuscire ad attivare pratiche valutative che sappiano dare ragione del “ruolo” di queste pratiche sportive per tutti. O meglio: lo sport per tutti a quali ruoli risponde?

Per fare alcuni esempi:

  1. Il ruolo formativo che può avere lo sport quando diventa un processo educativo che accompagna il cittadino attraverso tutto l’arco della vita.
  2. Il ruolo di prevenzione sanitaria per prevenire e contrastare i danni derivanti dagli stili di vita correnti (l’OMS ha indicato nella sedentarietà una delle maggiori cause di malattie cardiovascolari, di diabete e obesità).
  3. Il ruolo di educazione alla democrazia che si sostanzia in rispetto delle regole, rispetto degli altri, assunzione di responsabilità rispetto al compito, senso di collettività, solidarietà.
  4. Il ruolo di supporto all’economia sociale. Lo “sport per tutti” è un settore che può assicurare nuovi e interessanti livelli di occupazione. Le possibilità occupazionali offerte saranno tanto maggiori quanto più lo sport per tutti andrà ad intersecarsi con le politiche sociali, perché ciò renderà più plausibili investimenti pubblici sullo sport non agonistico.

Altro tema interessante è quello di una pratica valutativa che prova a porre in evidenza la dicotomia sport (per tutti) “for profit” / sport (per tutti) “No profit”.

E’ parere di chi scrive che sia lo sport no-profit (associazioni, cooperative, volontariato, etc …) a doversi candidare come partecipante ad un sistema di governance (nazionale/locale) che si basi sulla esigenza di fornire delle possibilità a tutti i cittadini. Lo sport del no-profit dovrebbe:

  • rispondere a bisogni concreti (ad esempio le istanze riguardanti i temi provenienti dal mondo sanitario);
  • gestire campagne informative e servizi che mirino alla diffusione di stili di vita “attivi” (contro doping, fumo, sedentarietà …);
  • rappresentare un potenziale strumento di advocacy, col tentativo di evidenziare interessi collettivi (sulla falsariga dei movimenti dei consumatori e delle organizzazioni ambientaliste).

Enunciati questi ultimi temi come dichiarazione d’intenti, non resterà che valutare se quanto dichiarato è stato davvero fatto (come, quando, con che risultati, etc..) rendendo trasparente alla collettività civile, sociale e politica ciò che davvero uno “sport per tutti”, gestito secondo un’etica di benessere collettivo, può fare.

2 Responses to “Lo sport tra agonismo e partecipazione”

  1. avatar
    Catina Balotta says:

    Aldilà delle definizioni ufficiali che sanciscono una spaccatura ideologica tra sport agonistico e non agonistico, la realtà dei fatti insegna che i confini non sono mai netti e le linee d’ombra sempre probabili. Come dire: non siamo mai alle prese con il bianco e il nero, ma con infinite sfumature di grigio. A me piace pensare che esistono delle espressioni corporee (correre, saltare, nuotare …) che sono una necessità molto umana e che possono tradursi in “gare”, in cui il più bravo vince (un premio). Mi piace pensare che se siamo alle prese con una corsa chi taglia il traguardo per primo corre più forte degli altri, che se parliamo di salti chi sa saltare due metri è più bravo di chi ne salta uno, etc.
    Questo ha due premesse:
    – Una certa passione per le gare (se uno parte dal presupposto da cui parte sempre mia sorella: “non so che fretta abbiano questi di arrivare dall’altra parte della piscina”, il discorso cade);
    – Un certo idealismo che ti permette di credere che esista ancora lo sport pulito, senza doping, uso di sostanze, di psicologi che martellano nella testa di poveri adolescenti la brama della vittoria, senza sponsor arpioni e senza finanziatori assassini.
    Io spero che tra tutto ciò che noi chiamiamo sport ci sia anche questo. Devo dire che negli ultimi anni di lavoro ho registrato dei segnali molto interessanti che vanno in questa direzione. Da parte di persone deputate a fare dello sport anche una competizione, ma non solo. Persone capaci di fare della disciplina sportiva anche un modo per stare insieme, per imparare, per condividere, per ridere.

  2. avatar
    Bruno Vigilio Turra says:

    Lo sport come siamo abituati a concepirlo è sicuramente un grande fenomeno sociale assolutamente caratteristico della modernità: una grande narrazione collettiva che vorrebbe promuovere valori alti di sviluppo, rispetto, fratellanza, sana competizione. Come la democrazia. La realtà dei fatti – quando si osserva spassionatamente il fenomeno è ben diversa: ricorso ad ogni mezzo pur di vincere, uso sistematico del doping persino tra i dilettanti (con gravi rischi per la salute), creazione di appartenenze che spesso assumono connotazioni violente come succede nel calcio, creazione e culto di miti che appaiono totalmente inadeguati dal punto di vista umano e morale e che, malgrado questo, guadagnano cifre spropositate. Se la situazione è questa (senza negare gli aspetti sani dell’attività sportiva) varrebbe forse la pena coniare nuovi concetti che consentano di dare evidenza alle valenze buone del fare sport…
    (PS. Personalmente vado a correre abbastanza frequentemente, vado in bicicletta, faccio lunghe camminate, pratico ginnastica varia, aborro le trasmissioni e i giornali sportivi e non mi definisco uno che fa sport)

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